L’Effetto Placebo: che cos’è?4 min di lettura

Per effetto placebo si intende una serie di reazioni del nostro organismo innescati da un fenomeno legato all’aspettativa. Quindi se crediamo fermamente che un’azione o una sostanza abbia un effetto sull’organismo, molto probabilmente otterremo qualche risultato misurabile grazie anche alla sola forza del nostro pensiero.

Per questo, nei test farmacologici, le compagnie produttrici per dimostrare che i benefici dei nuovi farmaci non sono semplicemente dovuti all’effetto placebo, sono costrette a sperimentare i nuovi farmaci confrontando i loro effetti con quelli di semplici pillole di zucchero.

COS’È L’EFFETTO PLACEBO

Chi ne ha parlato la prima volta fu Henry Beecher (anestesiologo) durante la seconda guerra mondiale. I soldati feriti in attesa di tornare a casa sembravano provare molto meno dolore rispetto agli altri. Perché? Secondo Beecher le loro ferite avevano assunto un significato positivo alla notizia dell’imminente ritorno a casa.

Le aspettative e il contesto, perciò, influenzano le nostre reazioni davanti alla malattia e addirittura sull’effetto della terapia stessa. Davanti ad uno stimolo esterno, il nostro organismo attiva un processo allucinatorio che lo predispone all’effetto virtuale che quest’ultimo potrebbe avere su di esso, amplificandone l’efficacia e la capacità di azione.

Più siamo convinti che qualcosa ci farà bene, più questo succederà, indipendentemente da ciò che assumiamo.

Quindi per effetto placebo (applicato in campo psicologico e medico) si intende quel beneficio derivante dalla semplice attesa di una terapia che sappiamo ci darà giovamento.

Questo fenomeno dell’aspettativa illusoria è legato anche a fattori ritenuti “insignificanti” come ad esempio: il colore della pillola, la modalità di somministrazione, il numero delle pillole che somministriamo.

Ad esempio, gli stimolanti funzionano meglio quando sono rossi o arancioni, i sedativi fanno più effetto quando sono blu o verdi. Nella pratica clinica alcuni farmaci, tra cui il Diazepam (per il trattamento dell’ansia), sono chiaramente più potenti se ai pazienti viene spiegato a cosa servono. In maniera simile, anche la morfina è meno efficace se il paziente non sa di assumerla.

Allo stesso modo anche la modalità di somministrazione sembra innescare un’aspettativa illusoria.

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In uno studio alcuni ricercatori hanno dimostrato che un’iniezione di soluzione salina che non contiene alcun ingrediente attivo è molto più efficace per il dolore di una finta pillola di zucchero, una pillola che sembra un antidolorifico. Ebbene, la soluzione salina non contiene nessun farmaco, la pillola non contiene nessun farmaco, ma la puntura appare come un trattamento molto più drammatico e serio di una pillola, ed è per questo che le persone hanno più sollievo con una puntura finta di quanto non ne abbiano con una pillola altrettanto finta.

In altre parole, si potrebbe dire che il farmaco agisce da amplificatore dell’effetto placebo.

QUAL’È IL SUO RUOLO 

Ciò che l’effetto placebo dimostra è il sorprendente potere della mente sul corpo. Non nel fumoso senso new age ma in senso reale: possiamo migliorare la nostra sensazione di dolore; possiamo migliorare i nostri sintomi attraverso ciò a cui crediamo e alle aspettative che abbiamo.

Approfondendo questo tema mi è sorta una naturale riflessione sulla reale efficacia degli psicofarmaci attualmente in commercio, e sul falso mito del “farmaco magico” capace di cancellare tutti i problemi.

La riflessione è questa: “Se il nostro cervello non amplificasse in questo modo l’effetto di uno psicofarmaco, esso potrebbe ancora essere considerato tale?”-  e ancora – “Che ruolo deve avere gli farmaco nella terapia psicologica?”.

Pubblicità, cinema, mass media hanno erroneamente amplificato l’aspettativa di una pillola dagli effetti straordinari, dimenticando la giovane storia della psicofarmacologia, e che tutto il mondo scientifico ormai sta guardando alla patologia mentale in senso multifattoriale.

Usare sempre i farmaci come prima scelta in tante situazioni, dove monitorare solo il sintomo non è l’obiettivo primario della terapia, è come pensare banalmente di curare il mal di denti solo con gli analgetici.

Ecco perchè utilizzare solo il farmaco può arrivare addirittura a danneggiare la persona anziché aiutarla, esponendola alla dipendenza da farmaco. Da questo punto di vista ormai esistono tanti studi che ci dicono che bisogna aiutare la persona a cambiare alcuni suoi atteggiamenti, modi di fare, alcuni processi consapevoli o inconsapevoli.

In conclusione, negli ultimi decenni, anche grazie al supporto tecnologico, le neuroscienze hanno svelato molto sul funzionamento del nostro cervello. Ciò nonostante, gli psicofarmaci non si possono mai prendere a cuor leggero ma solo dopo un’attenta consultazione dello psichiatra o di un medico specializzato.

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